lunedý 18 dicembre 2017
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Ergoftalmologia

La branca dell’Oftalmologia che studia, analizza e valuta le capacità di lavoro semplici o complesse per quanto concerne il rapporto tra lavoro e funzione visiva viene definita Ergoftalmologia.  

Negli ultimi anni sono avvenuti progressivi mutamenti nel mondo del lavoro con ricadute sull’apparato visivo: si è verificato un aumento complessivo dell’impegno a carico di tale sistema.

Con la meccanizzazione dei compiti lavorativi si riduce infatti l’utilizzo dell’apparato osteomuscolare ed aumenta quello dell’apparato oculo-visivo, impegnato spesso in compiti di controllo.

Nell’ambito dell’impegno visivo è aumentato particolarmente quello per la visione prossimale e la sua alternanza con la percezione dell’ambiente circostante.

Tale processo si è accelerato in seguito all’espandersi delle tecnologie informatiche.

Infine è aumentata l’importanza di una ottimale capacità visiva complessiva (anatomica e funzionale), anche in virtù della maggiore rilevanza che possibili minime alterazioni funzionali possono avere nella genesi di incidenti od infortuni di massa (controllo radar, centrali operative di grandi impianti energetici o chimici, guida mezzi di trasporto, operazioni finanziarie, ecc).

In ragione di questo, c’è stato un conseguente spostamento progressivo dell’interesse della Medicina del Lavoro dalla valutazione di eventuali situazioni patologiche oculari alla definizione della variabilità del bilanciamento e del compenso della funzione visiva.

L’apparato oculo-visivo può essere interessato in diverse tipologie di infortunio, tra le cause principali riscontriamo il trauma, frequente in ambito lavorativo, che rende spesso necessario attivare il servizio di primo soccorso aziendale. 

L’evento traumatico si caratterizza per l’azione di una causa che agisce con violenza, in maniera concentrata nel tempo, sull’organismo umano o su specifici settori di esso, determinando un danno.

I traumi si suddividono in diretti o indiretti, i diretti sono costituiti da: 1) ferite perforanti con o senza ritenzione di corpi estranei endobulbari, 2) traumi contusivi diretti; i traumi indiretti invece sono classificabili come: 1) traumi perioculari, 2) craniofacciali, 3) extracranici.            

Diversi sono i settori a rischio di infortuni in ambito oftalmico (edilizia, siderurgia, artigianato) ed ognuno di questi in genere è fonte di lesioni chimiche, fisiche o chimico-fisiche contestuali.

Lo specialista quindi valuta e conosce nel dettaglio l’agente provocante la lesione e può attuare una strategia terapeutica appropriata al caso.

L’automedicazione, specie nelle abrasioni o ferite oculari è assolutamente da evitare!

L’impiego di sistemi o maschere di protezione è obbligatorio sul posto di lavoro durante le operazioni più a rischio.

In ragione di quanto detto, c’è stato un conseguente spostamento progressivo dell’interesse della Medicina del Lavoro dalla valutazione di eventuali situazioni  patologiche oculari alla definizione della variabilità del bilanciamento e del compenso della funzione visiva. 

L’Ergoftalmologia utilizza conoscenze acquisite derivanti dalla medicina del lavoro, dall’igiene industriale, dall’oftalmologia, dall’ingegneria, dall’ottica, dalla fisica, dall’architettura e da alcune discipline sociali (psicologia, sociologia), èquindi un’area scientifica interdisciplinare.

Gli scopi dell’ergoftalmologia sono principalmente la prevenzione ed il trattamento dei disturbi e delle patologie oculo-visive, professionali o correlate con il lavoro, al fine di ottenere il massimo dell’efficienza della funzione visiva nel lavoro organizzato; si occupa quindi dell’ambito fisiologico-disfunzionale.

Più discipline sono integrate per fare una diagnosi e definire una terapia in una situazione di impegno visivo durante un’attività lavorativa.

Tra i disturbi di cui l’Ergoftalmologia si occupa vi è, infatti, l’astenopia occupazionale.

Essa è un’entità clinica o sindrome definibile come insieme di segni e sintomi a carico dell’apparato visivo che insorge in relazione all’attività lavorativa qualora l’apparato cerchi di conseguire, mediante artifici stressanti, risultati funzionali eccedenti le proprie capacità.

I sintomi riferiti, originati da un sovraccarico di alcuni meccanismi fisiologici oculari (accomodazione, convergenza, secrezione lacrimale…), sono complessivamente definiti con il termine di “astenopia”.

I sintomi astenopici sono suddivisi in oculari, visivi e generali.

Sono sintomi molto comuni per chi dedica molte ore a un lavoro che abbia un discreto impegno visivo, generalmente si tratta di sintomi aspecifici.

Alcuni possono essere lamentati anche da soggetti che non lavorano o non impiegano VDT.  

Occorre, perciò, discriminare ciò che è occupazionale da ciò che non lo è.

Esistono cause e concause ambientali ed individuali della astenopia occupazionale.

Tra le caratteristiche individuali si possono riconoscere, oltre ai deficit della motilità oculare e alle alterazioni degli annessi oculari, la presenza di un difetto rifrattivo non idoneamente corretto.

Se si impegnano gli occhi in attività di controllo, lettura, per svariate ore al giorno, non avere correzione idonea diventa determinante per l’insorgenza dell’astenopia occupazionale.

Accanto alle variabili individuali, bisognerà tenere conto anche delle caratteristiche intrinseche alla mansione svolta: la fatica oculare, ad esempio, è in proporzione alle ore di impegno visivo.

Un altro aspetto importante è rappresentato dalla distanza tra l’occhio e il punto di osservazione: più si impiega la visione per vicino, maggiore sarà l’affaticamento visivo da sforzo accomodativo.

L’impegno visivo rispetto alla distanza di osservazione varia in modo esponenziale.  

L’ideale è avere lo schermo almeno a 60 cm dalla testa, per limitare l’impegno visivo. 

Per legge le tastiere sono state distaccate dallo schermo, anche se attualmente si sta sviluppando sempre più il concetto di “touchscreen multimediale”.

Per legge, art. 6 D.L. 626/94, il “videoterminalista” è colui che lavora al computer per 20 ore medie settimanali.

Questo lavoratore ha diritto ad un ambiente di lavoro strutturato in maniera particolare: tavolo e sedia regolabili ad esempio.

Oltre alle variabili connesse direttamente al lavoro, sarà importante valutare il microclima e le condizioni di illuminazione.

L’occhio può essere affaticato da parametri non adeguati di umidità relativa, ventilazione, temperatura.

L’umidità relativa non deve essere inferiore al 40% perché questo provoca secchezza congiuntivale, che attiva ipersensibilità, favorendo le congiuntiviti.

Lo schermo di per sé emette luce, quanta ce ne sia bisogno in aggiunta dipende dal tipo di lavoro che si svolge.

Nello spazio fissato durante il proprio lavoro, detto “campo visivo professionale”, la radiazione luminosa deve essere più omogenea possibile.

L’unità di misura della radiazione luminosa è espressa come candela su metro quadro (cd/m2).    

Rispetto alla finestra il computer non deve essere davanti: lo sguardo rischia di spostarsi frequentemente dallo schermo al panorama e viceversa, fissando fonti di luce molto diverse come intensità, con conseguente affaticamento.

Ottimale è sistemare il computer ortogonale alla fonte di luce.

Guardare lontano facendo delle pause è comunque benefico, rilassa i meccanismi attivi di convergenza e accomodazione.

La luce naturale è percepita più gradevole rispetto a quella artificiale, ma per l’occhio ciò che conta è che la quantità di luce sia sufficiente.

Dovranno essere considerati anche gli agenti chimici: sono molte le sostanze chimiche presenti che si possono disperdere in un ufficio.

Per esempio l’inchiostro del toner; la colla sotto il linoleum, le vernici sulle pareti e le colle delle tappezzerie, l’urea e la formaldeide nei laminati plastici, molto diffusi nei mobili, scaffali, tavoli da ufficio.

La formaldeide è la sostanza, in assoluto, più irritante per la superficie oculare.   

Infine bisognerà prendere in considerazione anche gli agenti microbici: le tastiere e gli schermi dei videoterminali sono ricettacolo di polvere e di molteplici microrganismi.

L’astenopia occupazionale può essere correlata, caso per caso, paziente per paziente, ad uno o più di tutti questi fattori di rischio sopra indicati.      

Occorre indagare a fondo tutti questi aspetti o si rischia di fare una valutazione parziale e di non risolvere il problema nel tempo.   

La difficoltà nella valutazione della astenopia occupazionale è proprio legata al fatto che le potenziali cause sono molteplici e diverse in ogni caso.

Logicamente servono conoscenze interdisciplinari mediche, ingegneristiche per arrivare a una soluzione ottimale.

La visita ergoftalmologica deve essere effettuata a tutti quei lavoratori che utilizzino il videoterminale per più di 20 ore medie a settimana.

Deve essere effettuata una prima volta all’inizio dell’attività lavorativa e successivamente con periodicità variabile:

 

- ogni 24 mesi per i lavoratori con età maggiore di 50 anni o precedentemente resi idonei con una prescrizione, 

- ogni 60 mesi per altri lavoratori esposti,  

- con eventuale altra periodicità definita dal medico del lavoro.  

 

La valutazione della definizione della idoneità lavorativa deve prevedere un esame delle funzioni visive particolarmente impegnate nel lavoro protratto e statico, tra le quali: convergenza/accomodazione e più in generale la motilità oculare e refrazione.

Può capitare che alcuni soggetti risultano nella norma dal punto di vista anatomo-fisiologico oculare, ma che sotto sforzo prolungato possono manifestare certe disfunzioni.

In tal caso occorre ripetere i test e le prove più volte per un tempo protratto.

Tale esame può essere effettuato in prima battuta anche dal medico del Lavoro che dovrà comunque inviare allo specialista oftalmologo per una più approfondita valutazione quei pazienti che tramite screening di base siano stati definiti come portatori di rilevanti alterazioni delle funzioni visive valutate.                    

L’idoneità specifica è comunque sempre decisa dal medico del Lavoro che in tale giudizio dovrà anche considerare parametri non inerenti il quadro oftalmologico come ad esempio la situazione anatomica e funzionale del rachide.

In definitiva la visita ergoftalmologica prevede:

  

- valutazione della eventuale sintomatologia astenopica  

- studio della refrazione oculare   

- studio della motilità oculare  

- valutazione degli annessi oculari  

- valutazione del fundus oculi  

 

Per gli utilizzatori di VDT/PC (per più di 20 ore medie settimanali) prevede inoltre la valutazione della situazione clinico funzionale del rachide, dell’arto superiore e dell’apparato osteomuscolare.

Questo viene richiesto per ottenere la prevenzione, la diagnosi e la terapia delle rachialgie cervicali/lombari, nonché delle patologie da sovraccarico dell’arto superiore.

 

 

 

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